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Il Comune » Storie Denicesi

LA BANDA MUSICALE DI DENICE

di FRANCESCO GHIDONE

Questa è una storia. Ma siccome nel nostro dialetto il termine storia ha anche il significato di “favola”, preciso subito che non si tratta di un racconto fantastico come quelli che venivano narrati un tempo ai bambini nelle lunghe serate invernali. E’ una storia vera, non scritta sui libri, neppure ricordata da documenti, ma tutta affidata al racconto orale di personaggi oggi scomparsi ma che ebbero un grande importanza qui da noi.

Questa è la storia del Corpo Bandistico di Denice.

 Sulla nascita di questa istituzione non ci sono dubbi, perché ricordo che mio nonno mi disse che a quell’epoca aveva quindici anni, ed essendo nato nel 1868, la data di fondazione della banda è il 1883. Un mio prozio, fratello di mio nonno, nato nel 1865, all’epoca aveva 18 anni e a 20 fu chiamato a prestare il servizio militare, dove già seppe mettere a buon frutto l’esperienza musicale fatta al paese natio.
Egli infatti mi narrava con un certo orgoglio di aver militato nella banda militare di un Reggimento di Fanteria di stanza a Roma, con il compito di accompagnare la Guardia a Palazzo Reale. Egli andò più volte nel cortile del Palazzo e vide di persona il re Umberto I. Ironia della sorte volle che a distanza di molti lustri io abbia avuto la stessa mansione e le stesse indimenticabili esperienze
Ma torniamo al nocciolo del racconto.Si dice che in un giorno d’estate su a monte del paese, da una località detta “el brichet” pervenne un indistinto suono. Alcuni salirono su a vedere che emettesse quei melodiosi suoni e con grande sorpresa videro seduto all’ombra di una quercia un tale che i esercitava a suonare con il suo clarinetto. Era un girovago, una persona dal buon talento artistico che tuttavia si accontentava di una vita errabonda, girando di casa in casa alla ricerca di un piatto di minestra e di un bicchiere di vino.
Di questa personaggio ci è giunto il cognome, Veneron; ebbi occasione di conoscere personalmente suo figlio, pure lui girovago. Lo invitarono dunque a scendere in paese. Probabilmente era un giorno di domenica, perché quel pomeriggio fu allietato dal suono della giga.  Le danze si prolungarono sulla pubblica piazza fino a tarda ora e nacque in tanti la curiosità e la volontà di apprendere l’arte della musica.
Così i Denicesi invitarono il girovago a stabilirsi in paese per mettere su la scuola di musica. Gli trovarono l’alloggio e quanto al vitto i suoi alunni lo ospitavano a turno in casa loro.
Insegnò ai ragazzi le prime note sul pentagramma e i primi solfeggi. Nel frattempo gli allievi provvidero all’acquisto degli strumenti e già giorni dopo il gruppo dei ragazzi era in grado di eseguire qualche accordo sulla pubblica piazza, tra l’ammirazione e lo stupore degli abitanti.
Si fermò per circa due anni, insegnando con diligenza, poi la vita errabonda lo attrasse e un bel giorno partì.
Rimasti senza guida e non essendo ancora in grado di far da soli, tutti si diedero da fare per cercare un altro insegnante e la scelta cadde su un tizio chiamato il Duca di San Marzano, dal nome del paese d’origine, San Marzano Oliveto, tra Nizza e Asti.
Certo non aveva sangue blu nelle vene, ma fu un bravo musicista e un valido insegnante. Non si fermò molto a Denice, anche per la difficoltà delle vie di comunicazione di allora, quando l’unico mezzo a parte il treno troppo caro era il cavallo.
Il terzo maestro fu un Acquese, di cui purtroppo non abbiamo potuto reperire alcuna notizia.
Da questo punto in poi i ragazzi si autogestirono ed emersero bravi musicanti in grado di reggere le sorti della direzione. Li ricordo bene, anche perché alcuni li ebbi come insegnanti. Uno di loro fu Francesco Mozzone, detto anche “il sacrestano”, e un altro, che brillò particolarmente per le sue grandi dote di clarinettista, fu Giovanni Maria Billia, proverbiale per la sua facilità nell’emettere gli acuti; chi lo conobbe mi assicurò che emetteva il “la”, nota di norma quasi impossibile per quello strumento.
La grande svolta arrivò ai primi del Novecento, quando un ragazzetto sulla quindicina di nome Giuseppe Lazzarino detto Pinot apprese le norme fondamentali della musica dai primi maestri della banda. In breve tempo rivelò un talento straordinario; fu senza dubbio il migliore clarinettista del suo tempo, militò nella banda degli Alpini, diede prova di una ferrea volontà e di un grande talento musicale. Non solo conosceva la teoria di tutti gli strumenti della banda, ma aveva anche la capacità di suonarli in ugual misura. Fu chiamato, a ragione, il Maestro, poiché a tutti insegnò, malgrado pochi potessero avvicinarsi al suo talento.
Tra i suoi allievi emerse intorno al 1910 un ottimo suonatore di basso “piccolo di  statura ma grande nella musica”, Giulio Garbero, che resse senza confronti le sorti della sua classe e della banda stessa sino al suo dissolvimento.
Poi ci fu la Grande Guerra e tutto finì. Un timido tentativo di risveglio si ebbe all’inizio degli anni Venti, con un gruppetto di otto elementi, che si trovò a competere con importanti bande riscotendo tuttavia lusinghieri riconoscimenti.

Il 1932 fu l’anno della grande rinascita; molti aderirono alla chiamata, anche se, ovviamente, la qualità di questi giovani era molto disomogenea. Numericamente si raggiunse il massimo, il gruppo fu solido e compatto perché rinforzato e sostenuto da elementi superstiti delle prime due generazioni.
Nel 1934 ci fu la raccolta dai quindicenni (dei quali alcuni non ancora..decenni!)
E da questo gruppo emersero elementi che ressero le sorti del complesso negli anni futuri.

 Il 1938 fu l’anno delle dimissioni presentate dal Maestro. Non venni mai a conoscenza del motivo: forse dissidi interni, forse ragioni personali o di interesse, dato che lui apparteneva anche a un piccolo complesso.
Non ci fu rottura, tuttavia, perché si affacciò sulla scena Ottavio Borgata, bravo musicista, che se non poteva competere con il Maestro come esecutore, certo gli stava al pari come direttore, grazie anche al valido aiuto prestato da Luigi Brusadelli, un milanese da qualche tempo stabilitosi nei nostri paraggi.
Fu un bel periodo, l’entusiasma era alle stelle, gli elementi miglioravano di anno in anno. Purtroppo, fu di breve durata, poiché già  si intuiva il sentore del secondo conflitto mondiale. Chiamata alle armi anticipata, tutti gli uomini dai 20 ai 40 anni costretti a combattere dalla Russia all’Albania, dall’africa alla Grecia.
Cessate le ostilità, alcuni non tornarono più, altri emigrarono nelle Americhe, altri ancora si stabilirono altrove, per cui nuovo periodo di assopimento. Ci fu ripresa negli anni Cinquanta sotto la guida dell’ormai vecchio Pinot, ma di lì a poco fu la politica a metterci lo zampino.
Ormai eravamo in democrazia e parte dei componenti venne la malaugurata idea di candidarsi quali amministratori comunali; l’esito fu sfavorevole, non ottennero i suffragi necessari, per cui…..nuova rottura.  Dissero: “Se non siamo idonei come amministratori, non lo saremo neanche come bandisti.”
Il vecchio Pinot si ammalò e un giorno nel 1964 morì. Il buon senso prevalse, bisognava rendere ossequio a un così grande personaggio, così ci radunammo
In fretta e furia per garantire la nostra presenza musicale.
Fu l’occasione per riunirci e sotto la guida di Piero Scazzola tenemmo banco per un decennio, tenendo alto il nome di Denice in campo musicale e ricevendo applausi e apprezzamenti per le nostre esecuzioni dal momento che Piero era dotato di una particolare dote artistica.
Ma ormai i tempi erano cambiati: la sala musica non era più un circolo ricreativo, la disaffezione persisteva, sia tra la popolazione sia tra gli stessi amministratori, che abbandonarono a se stessa l’associazione.

Sono stati anni duri, in cui la banda ebbe a soffrire anche umiliazioni e facili ironie. La pubblica amministrazione negava ogni sussidio, al punto che non c’erano più i mezzi per acquistare o riparare gli strumenti. Altri, tra la popolazione, ci incoraggiavano, ma poi magari neppure venivano ad ascoltare le esecuzioni che si realizzavano sul sagrato della chiesa dopo le commemorazioni religiose. Persino alla festa del paese da parte degli organizzatori non ci fu permesso di suonare, con la scusa che si sarebbe distolta l’attenzione del gioco delle bocce. Lanciammo una pubblica sottoscrizione, con scarsi risultati e tanti commenti del tipo:” Ma per suonare non basta un po’ di fiato?”.
Insomma, tutta una serie di circostanze che fecero venir meno l’entusiasmo e anticiparono l’inevitabile scioglimento, avvenuto a seguito delle esequie del padre di un nostro componente. Un episodio triste, che è meglio non ricordare, anche perché, come dice il proverbio, “ nulla è più facile che accusare gli altri per scagionarsi delle proprie colpe”.

 Oggi una sola fiammella resta ancora accesa, l’armonium della chiesa.

Spenta anche questa, sulla bella storia della banda di Denice caleranno il silenzio e l’oblio.

La città  La città

DENICE 

Regione PIEMONTE
 Provincia ALESSANDRIA

Fa parte dell'Unione Montana Suol d'Aleramo 

Fa parte del Biodistretto Suol D'Aleramo
 

Superficie territorio: kmq. 7,45

Abitanti 203 

Altitudine sul livello del mare concentrico del Comune: mt. 387
Altezza massima del territorio: mt. 665
Altezza minima del territorio: mt. 180
 

REGIONI:
BONINI con la Chiesa Madonna delle Grazie
PIANI SUPERIORI
CHIAZZE con la Chiesa di S. Anna

BURI

CRIBATTOLA

MARZA

FORMIERA

GORGHI

RATÉ

VALBELLA

POGGIO


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